sabato 9 agosto 2025

“Animali in Città”. Cura Pubblica, Responsabilità Condivisa. Sinergie tra Istituzioni, Garanti, Associazioni e Comunità: verso la Rete Nazionale dei Garanti per i Diritti degli Animali - Festambiente 2025

Il quadro sulla gestione degli animali in città
rimane a
tinte fosche.

Quasi 100.000 il numero dei cani abbandonati, quasi 400.000 il numero dei randagi, la maggior parte dei quali nel sud Italia (Lazio, Sicilia, Campania, Puglia e Calabria dove se ne stimano circa 250 mila). 

Le carenze rimangono quelle relative a monitoraggio, regolamentazione, controlli, e ai servizi animal friendly in città e al mare. Neppure un terzo dei Comuni dichiara di aver spazi dedicati agli animali d’affezione, specialmente nel sud Italia e solo un quarto dei Comuni costieri ha regolamentato l’accesso in spiaggia.

Anche questi ritardi hanno impatti negativi nella gestione degli animali da compagnia in città, a fronte di una spesa pubblica del settore di circa 250 milioni di euro, di cui circa 200 milioni in capo ai Comuni e circa 50 milioni alle Aziende sanitarie. Spesa pubblica pesantemente condizionata dai costi per i canili rifugio, indicatore di scarso impegno in politiche di prevenzione, e che equivalgono a circa il 65% della spesa di settore. Parliamo di una spesa pubblica per il settore che equivale a circa il triplo della somma impegnata per la gestione di tutti i 24 Parchi nazionali.

Tra i talloni d’Achille su cui l’Italia deve lavorare c’è, in primis, quello dell’anagrafe canina. Neppure la metà dei Comuni conosce il numero complessivo dei cani iscritti in anagrafe canina presenti nel proprio territorio, circa 10 milioni. La corretta gestione dell’anagrafe canina non è solo un modo per tenere monitorati gli animali ma è il principale strumento per ridurre la presenza dei cani in canile. Si è sempre molto battuto sulla necessità di sterilizzare e favorire le adozioni, che rimangono ricette fondamentali per la gestione del randagismo ma sterilizzazione e adozioni sono misure che presuppongono la presenza dei cani su cui intervenire. A monte c’è un discorso di responsabilizzazione dei proprietari. Se si continua a cercare di intervenire a valle del problema si continua a cercare di svuotare il mare con il cucchiaino, perché gli allevamenti amatoriali non censiti, gli acquisti di animali non tracciati su internet e i facili abbandoni sono il rubinetto che crea randagismo. I proprietari vanno responsabilizzati, è un fatto culturale. La legge sul randagismo si dice che abbia funzionato bene nel nord Italia, ma non è la legge ad avere funzionato, è il diverso approccio culturale alla gestione degli animali. La L. 281/91 funziona bene se ci si muove nell’ordinarietà e non in una situazione emergenziale quale quella che si riscontra nel sud Italia, dove va chiuso il rubinetto che produce randagismo, e per chiudere questo rubinetto bisogna far funzionare bene l’anagrafe canina (anche rendendo effettiva l’anagrafe unica nazionale) e aumentare i controlli e le sanzioni.

Poi si deve sempre lavorare sull’aumento della visibilità dei cani in canile e sulle adozioni responsabili, verificando l’idoneità di chi si propone di prendere in carico un animale e controllare successivamente se l’animale si è ben inserito nella nuova situazione di vita. In fatto di possibili agevolazioni fiscali per le adozioni di cani, neppure un decimo dei comuni le applica; mentre scende ad uno su venti la percentuale dei Comuni che hanno previsto regolamenti con agevolazioni o oneri fiscali per facilitare la sterilizzazione di cani e gatti e per contrastare chi detiene, senza dichiararsi allevatore, riproduttori e cucciolate.

I controlli vanno fatti anche sulle situazioni di cattiva detenzione, e su questo è importante che il personale della ASL sia maggiormente preparato a individuare anche le situazioni di maltrattamento etologico e che sia rafforzato anche l’organico con l’immissione di nuove leve. Abbiamo anche riscontrato che i più giovani veterinari nella ASL hanno maggiore predisposizione a questo tipo di valutazioni che superano l’impronto molto zootecnica dei veterinari pubblici più di lungo corso, quindi c’è da sperare bene. Inoltre, c’è uno spazio ancora non normato, quello di chi non è in grado di gestire correttamente gli animali, pur non volendo maltrattarli e occorrerebbero norme per intervenire come si fa con i minori che non sono seguiti dai genitori, attivando dei percorsi che possono portare all’apertura di una procedura di adozione dell’animale quando chi ne è il proprietario non è in grado di prendersene cura. Al momento in questi casi cerchiamo di ottenere dei provvedimenti da parte del Sindaco ma non è agevole ottenerli, in mancanza di riferimenti normativi.

 Im generale, occorre una sinergia tra Governo, Regioni, istituzioni locali, ASL, polizia municipale, guardie zoofile, per la corretta gestione del randagismo e degli animali in città: Parlo di gestione del randagismo e non uso l’espressione “problema” del randagismo perché la presenza di cani in città, anche liberi, i cosiddetti liberi accuditi, cioè sterilizzati e reimmessi sul territorio laddove non creino problemi, non è un male. Quindi randagio, inteso di libero, vagante, come lo sono i gatti delle colonie feline non è un termine da connotare negativamente. Va connotato negativamente il fenomeno fuori controllo.

Anche da questo punto di vista è importante una evoluzione culturale che allinei correttamente la relazione uomo-animale-ambiente. Salute e benessere umano, animale e ambientale sono inestricabilmente interconnessi e sempre più i cittadini sono consapevoli che debbono essere affrontati in modo coerente, aderendo pienamente e applicando concretamente l’approccio “One Health” in ogni scelta politica” sia quando parliamo di gestione di fauna selvatica fuori dalle città, sia quando parliamo di animali nelle città che abbiamo costruito a nostra misura (e neppure tanto) e che devono essere in grado di garantire la convivenza con altri animali e il rispetto di valori ambientali che ora sono anche di rango costituzionale.


Da questo punto di vista un ruolo importante può esser svolto dai Garanti dei Diritti degli Animali, già nominati in tanti Comuni e Regioni. Occorre l’Istituzione dell'Ufficio del Garante Nazionale dei diritti degli animali e che tutte le Regioni, Province e Comuni si dotino del rispettivo ufficio del garante dei diritti degli animali, che vigili sulla corretta applicazione della normativa internazionale, comunitaria, nazionale e regionale vigente in materia di tutela dei diritti degli animali; vigili sull'attività degli enti, delle istituzioni e su soggetti pubblici e privati che operano con animali e, in caso di fatti o comportamenti che configurano reati, provveda a denunciarli o segnalarli all'autorità giudiziaria; segnali al Governo l'opportunità di provvedimenti legislativi o regolamentari finalizzati a garantire una più adeguata tutela dei diritti degli animali; promuova campagne di informazione ed eventi di sensibilizzazione, in materia di tutela dei diritti degli animali, anche in collaborazione con le associazioni animaliste e con eventuali soggetti patrocinatori, pubblici o privati; riceva le segnalazioni e i reclami dei privati cittadini, provvedendo, ove necessario, a informarne gli organi competenti; si rapporti ai garanti regionali, provinciali e comunali mediante l’istituzione di una Conferenza nazionale dei garanti dei diritti degli animali che assicuri il coordinamento delle attività dei garanti.

giovedì 20 febbraio 2025

Giornata del Gatto - Atlantico, Roma - 17/2/2025

Non c’è città migliore di quella di Roma per festeggiare la giornata del gatto.

Ho ancora impressa nella memoria la scena del celebre cartone Disney “Gli Aristogatti” che mia madre mi portò a vedere al cinema quando ero piccolo, quando a un certo punto compare il gatto Romeo, “er mejo der Colosseo”, che dice di essere arrivato a Parigi in autostop. Questa immagine che ho negli occhi esalta la condizione di vita del gatto “libero”.

La L. 281/91, la legge quadro in materia di protezione degli animali e prevenzione del randagismo, parla proprio di “gatti in libertà”. In un qualche modo il legislatore, se vogliamo vederla così, si è inchinato davanti al gatto, ne ha riconosciuto la sua insopprimibile natura di animale libero, e ha tenuto associata alla parola “gatto” la parola “libero” e per certi versi questa è una grande cosa, se pensiamo che questo privilegio è negato al cane, se non nell’eccezionale caso dei cani reimmessi sul territorio. Il cane libero è un randagio e quest’ultima parola, a parte gli utilizzi poetici, ha di fatto un’accezione negativa e rimanda al necessario intervento di cattura e di rimozione dal territorio.

La libertà dei gatti è invece la regola e la legge, attraverso le specificazioni avvenute a livello regionale (nel Lazio con la Legge Regionale 34/97 e la DGR 43/2010), regolamenta la gestione delle colonie feline, costituite dall’insieme di due o più gatti che frequentano sempre lo stesso luogo.

Sappiamo che, per essere le colonie riconosciute ufficialmente, deve essere presentata una apposita richiesta alla ASL territorialmente competente, con l’indicazione del nominativo del referente di quella colonia. La legge prevede che, una volta autorizzata, la Asl deve occuparsi dell’identificazione e della sterilizzazione dei gatti appartenenti a quella colonia.

Le associazioni per la protezione degli animali possono, in accordo con le aziende ASL competenti, avere in gestione le colonie dei felini che vivono in stato di libertà, curandone la salute e le condizioni di sopravvivenza.

Tutto bello a dirsi ma con le sterilizzazioni siamo molto indietro. Bisogna assolutamente incrementare il numero delle sterilizzazioni al fine di non fare nascere gatti soprattutto nei contesti più degradati. Bisogna arrivare in ogni parte della città ma il servizio pubblico veterinario a Roma al momento non riesce a soddisfare tutte le richieste e ci sono code lunghissime per gli appuntamenti per le sterilizzazioni.

Negli ultimi anni la situazione è letteralmente esplosa, non solo nella Regione Lazio e nella Provincia di Roma da sempre meno attente alle problematiche del randagismo felino ma anche nella Capitale.

Roma Capitale ultimamente ha stanziato dei fondi per privati e associazioni anche per le sterilizzazioni e microchippature ma siamo ancora in alto mare rispetto al numero dei gatti interi sul territorio. Le colonie feline censite e riconosciute dalle Asl attualmente sono oltre 5.000 ed ospitano circa 55.500 felini. Roma è la capitale europea che ha il maggior numero di colonie feline e le più estese. Ricordiamoci che le colonie feline purtroppo non si trovano solo in ambienti belli come Villa Borghese ma anche in tante zone degradate, a rischio di atti violenti o incidenti stradali. La sterilizzazione dei gatti rimane sempre e comunque una priorità, insieme all’incentivazione delle adozioni consapevoli.

Sicuramente servirebbe organizzare dei tavoli di lavoro tra i Comuni, le Asl e la Regione per individuare delle soluzioni rapide.

Ricordiamo che nella DGR 43/2010 viene specificato che per i gatti appartenenti alle colonie feline registrate, le prestazioni sanitarie da fornire da parte dei Servizi Veterinari delle ASL competenti per territorio sono non solo la sterilizzazione, ma anche le cure di primo soccorso (ai sensi dell’articolo 3 comma 1 lettera b – Legge regionale 34/97).

 Il Regolamento Benessere Animale di Roma Capitale prevede che i gatti liberi che vivono nel territorio sono tutelati dal Comune, il quale provvede alla vigilanza sanitaria sulla corretta gestione delle colonie feline.

Viene specificato che il Comune riconosce l’attività benemerita dei cittadini che, come gattari/e, si adoperano per la cura ed il sostentamento delle colonie di gatti liberi, a cui è permesso l’accesso, al fine dell’alimentazione e della cura dei gatti, a qualsiasi habitat nel quale i gatti trovano cibo, rifugio e protezione.

Ovviamente i/le gattari/e sono obbligati a rispettare le norme per l’igiene del suolo pubblico e del decoro urbano evitando la dispersione di alimenti, provvedendo alla pulizia della zona dove i gatti sono alimentati dopo ogni pasto ed asportando ogni contenitore utilizzato.

La L.R. 34/97, in linea con i principi nazionali, prevede il divieto di maltrattamento e di spostamento dei gatti dal loro "habitat", per cui dopo la sterilizzazione i gatti vanno ricollocati nel loro gruppo.

Le colonie feline non possono essere spostate dal luogo dove abitualmente risiedono; eventuali trasferimenti potranno essere effettuati in collaborazione con il competente Servizio Veterinario Azienda USL competente per territorio ed esclusivamente per comprovate e documentate esigenze sanitarie riguardanti persone o gli stessi animali o comprovate motivazioni di interesse pubblico.

A volte abbiamo contestato e impugnato alcune ordinanze di primi cittadini che avevano imposto il divieto di dar da mangiare ai gatti liberi all’interno di un centro storico, ordinanze che sono state ritenute illegittime dalla giurisprudenza amministrativa, ferma restando la necessità di salvaguardare l’igiene dei luoghi pubblici.

In molti casi ci sono purtroppo contenziosi che si instaurano all’interno dei condomini tra chi mette dei piattini negli spazi comuni e chi non li vuole, ma anche in questo caso la giurisprudenza tende a tutelare i gatti.

In data 11 febbraio 2025 è stata approvata in Assemblea Capitolina una mozione che mira a dare maggiore valenza e istituzionalizzazione alle colonie feline della città.

Viene prevista la fornitura di accessori con un logo di Roma Capitale, realizzato in collaborazione con le scuole, che identifichi univocamente tutte le attrezzature e i tutor di colonia, con lo scopo di avere un pieno riconoscimento ed istituzionalizzazione degli stessi. Inoltre, andrebbe valorizzata la figura dei catturatori, che consentono la sterilizzazione e la reimmissione dei gatti in colonia, e anche questa è una figura professionale da valorizzare.

In conclusione vorrei evidenziare che non ci sono solo i gatti in libertà da tutelare. Ci sono tante situazioni di maltrattamento che richiedono un intervento puntuale e competente da parte delle istituzioni e noi ci occupiamo di queste cose tutti i giorni.

Occorrono controlli, ci sono molti casi di gatti che non vengono tenuti adeguatamente nelle case e si arriva spesso ad eccessi ed abusi, come nei casi delle accumulatrici seriali che fanno vivere i gatti in casa in pessime condizioni. Qui a Roma stiamo seguendo da anni un caso a Re di Roma per il quale abbiamo una vicenda giudiziaria ancora aperta.

Altre volte ci sono liti di vicinato che a volte sfociano in atti criminali per cui i gatti di privati che invadono il terreno confinante vengono presi letteralmente a fucilate o avvelenati e spesso, anche se si hanno forti sospetti, non si riesce a fornire la prova dell’autore di questi crimini. Occorre non solo una maggiore vigilanza ma una maggiore cultura di rispetto verso i gatti e tutti gli animali

Insomma, ancora tanto da fare ma siamo sulla strada giusta e occasioni come questa sono importanti per proseguire e incentivare un dialogo con i cittadini finalizzato proprio a far aumentare la cultura di rispetto per questi straordinari animali che sono i gatti.


sabato 21 settembre 2024

Presentazione del film "Cuori liberi. Fino all'ultimo respiro" - cinema Beltrade, Milano, 20/9/2024


Il film di Alessio Schiazza "Cuori liberi. Fino all'ultimo respiro" è un documentario straordinario, che ripercorre fedelmente quello che è accaduto nel santuario Cuori Liberi e lo fa in modo potente, accostando a immagini crude e dolorose scene di grande tenerezza e anche immagini che ricordano la grande protesta popolare per quello che è accaduto. E' un film che parla di morte ma anche  voglia di lottare per un mondo migliore, che è il senso stesso della vita. Insieme a Food for Profit è un altro grande film che scuoterà le coscienze.

Quello che è successo il 20 settembre scorso a Sairano, presso il Rifugio Cuori Liberi, rappresenta a tutti gli effetti una pagina nera nella storia d’Italia, un evento che ha scosso le coscienze anche di tanti cittadini che normalmente non sarebbero così vicini alla causa animalista. Le immagini che sono arrivate a tutti dal rifugio, mentre avveniva l’irruzione violenta della polizia e poi mentre i 9 maiali uccisi venivano buttati via come spazzatura, hanno sicuramente provocato una grande indignazione soprattutto per le modalità con cui sono stati svolti i fatti.

Cuori Liberi è un rifugio antispecista dove vengono ospitati animali salvati dallo sfruttamento, dalla macellazione e dai maltrattamenti. Questi ultimi, tra l’altro, spesso affidati all’associazione dalle stesse Istituzioni. Inoltre, mi preme evidenziare che si tratta di animali NON DPA, ovvero non destinabili alla produzione di alimenti per nessuna motivazione.

A seguito dell’infezione di alcuni suini con il virus della Peste Suina Africana, l’ATS di Pavia ha ordinato l’abbattimento degli animali ancora in vita per evitare il propagarsi dell’epidemia. Una misura contestata dai responsabili della struttura e da tutte le associazioni di protezione animale, dato che tale rischio non sussisteva in quanto erano state messe in atto tutte le misure di biosicurezza necessarie.

Non solo. Le associazioni di protezione animale si erano rivolti alla giustizia amministrativa per chiedere di verificare la legittimità del provvedimento con cui veniva disposta l’uccisione dei maiali.  Ciò nonostante, le autorità hanno ritenuto di procedere ugualmente all’esecuzione – incuranti del fatto che fosse ancora pendente un ricorso al TAR la cui udienza era prevista per il 5 ottobre – ed effettuando un vero e proprio blitz la mattina del 20 settembre.

Il dispiegamento di forze messo in campo per procedere con l’esecuzione e la violenza con cui è avvenuto il tutto è stato sconcertante. Parliamo di un’irruzione che ha annientato il presidio assolutamente pacifico di resistenza passiva messo in atto dagli attivisti, usando una forza e una ferocia inaudita, decisamente non necessarie e che sono state mostrate al mondo intero grazie ai tanti video che sono stati diffusi in rete. Al termine di quella giornata terribile e indimenticabile, ben 9 attivisti hanno dovuto ricorrere alle cure del Pronto Soccorso alla luce dei comportamenti tenuti dagli agenti intervenuti.

C’è anche da dire che le associazioni animaliste avevano anche scritto una lettera a tutte le istituzioni coinvolte facendo notare che la presenza di PSA in un rifugio poteva rappresentare un’opportunità anziché un problema.

La presenza di suini positivi al virus ma che non avevano ancora mostrato sintomi poteva costituire una preziosa occasione per effettuare delle osservazioni sul decorso della patologia da parte di personale medico veterinario, diretta all’avanzamento della ricerca scientifica, nonché alla messa a punto di un protocollo di trattamento.

L’epilogo è stato invece quello a tutti noto. I maiali presenti nel rifugio sono stati abbattuti, quindici attivisti sono stati fermati e portati in caserma per essere identificati. La battaglia continuerà per avere protocolli sanitari che tengano conto del fatto che i santuari ospitano animali non destinati alla produzione alimentare e che dunque non sono allevamenti, ferma restando la necessità di garantire il rispetto di tutte le misure di biosicurezza in caso di presenza di animali malati.

Poi il 5 ottobre il TAR Milano ha dovuto prendere atto dell’esecuzione del provvedimento, per cui ha dichiarato cessata la materia del contendere in ordine alla richiesta di sospensiva, ma noi abbiamo chiesto di andare avanti con una istanza di risarcimento del danno e abbiamo chiesto al TAR di ordinare l’esibizione del verbale delle operazioni compiute, visto che non ci era stato fornito, e solo in questo modo abbiamo appreso che questo verbale non esiste. Evidenzieremo la gravità di tale carenza all’udienza di merito del 6 dicembre, dato che tutte le operazioni esecutive svolte da pubblici funzionari devono essere descritte e verbalizzate. Ciò sottolinea ancora una volta la scarsa trasparenza dell’ATS di Pavia nello svolgimento delle operazioni e l’illegittimità di tutta questa vicenda.

lunedì 27 maggio 2024

PRESENTAZIONE “FOOD FOR PROFIT” – TEATRO AQUILA DI ROMA – 24/5/24


Il documentario di Giulia Innocenzi e Pablo D’Ambrosi è un viaggio che parte sul delta del Po, nel Polesine, in un allevamento intensivo di polli, e ci mostra subito animali scartati e uccisi per consegnare soltanto gli esemplari perfetti da immettere sul mercato. Gli "scarti" vengono dunque eliminati con pratiche violente.

I documentaristi si spingono poi in Europa e arrivano, ad esempio, in Germania, a Berlino, in un allevamento di mucche a cui vengono somministrati antibiotici illegalmente perchè colpite da mastiti a causa delle condizioni di vita a cui sono sottoposte e in Spagna, in un allevamento intensivo di maiali che sfrutta le poche risorse idriche del territorio e scarica in vasconi all'aperto i liquami di risulta, causando inquinamento del suolo e contaminazione della falda acquifera.

C’è dunque un filo conduttore che unisce sensibilità etiche sul trattamento degli animali, preoccupazioni sanitarie e criticità ambientali e che riguarda il sistema capitalistico di produzione alimentare che incrocia i temi cruciali della nostra epoca relativi all’inquinamento, allo sfruttamento del lavoro, alla tutela della salute umana a e degli animali.

Si potrebbe dire che YouTube è già pieno di montagne di video di bovini picchiati, polli che non si possono muovere, maiali terrorizzati. Ma “Food for Profit” aggiunge una visione (quella della complicità della politica) su questa materia complessa e sfuggente, perché l’industria della carne è un colosso difficile da combattere, in quanto ha una grande capacità di sottrarsi al dibattito pubblico, di puntare subito il dito su chi prova a contestarla bollandolo di estremismo.

Ma questa volta le cose sono andate diversamente. Per la prima volta davvero l’industria della carne si è sentita sotto accusa. Proprio mentre siamo qui, l’Associazione di Organizzazione di Produttori Italia Zootecnica e l’Organizzazione Interprofessionale Intercarneitalia hanno organizzato un convegno al Consorzio di Bonifica Adige Po di Rovigo in cui si parlerà anche di una controproposta cinematografica al film di Giulia Innocenzi che stanno organizzando, dal titolo “Food for Life”, per confutare le tesi sostenute nel documentario.

Questo conferma che il lavoro d'inchiesta di Food for Profit è diventato una denuncia e un atto d'accusa che ha colpito il mondo dei produttori di carne e le istituzioni europee complici in modo diretto e indiretto di questo sistema di produzione.

La PAC, la Politica Agricola Comune dell’Unione Europea ha ereditato una lunga storia di favoritismi verso le grandi industrie con l’ossessione per la produttività.

387 miliardi di sussidi in sette anni destinati alla politica agricola comune, che dovrebbe aiutare gli agricoltori a sostenere il loro reddito, vanno infatti in buona parte ai grandi gruppi industriali e agli allevamenti intensivi. I cui gestori però, come si vede nel documentario, spesso non rispettano le regole necessarie per la tutela del benessere degli animali e della salute degli esseri umani.

E non è vero che le leggi a tutela del benessere degli animali già ci sono, perché quelle in vigore non assicurano questa tutela. Gli ordinamenti degli Stati membri, ed in particolare quello italiano, con molta lentezza stanno assicurando standard accettabili di tutela del benessere animale nel settore della produzione alimentare. Nel febbraio 2023, l’EFSA (European Food Safety Authority), cioè l’Autorità europea per la sicurezza alimentare, ha pubblicato dei pareri scientifici sul benessere delle galline ovaiole e dei polli “da carne” all’interno degli allevamenti, evidenziando la necessità di evitare l’uso delle gabbie e di impedire pratiche nocive quali le mutilazioni, come il debeccaggio, e la restrizione alimentare. Lo stesso Istituto aveva già raccomandato di concedere più spazio agli animali allevati, abbassare le temperature massime e ridurre al minimo i tempi dei trasporti. La Commissione ha richiesto questi pareri scientifici nell’ambito della strategia Farm to Fork (il piano per guidare la transizione verso un sistema alimentare equo, sano e sostenibile, all’interno dell’European Green Deal, un insieme di iniziative politiche proposte dalla Commissione con l’obiettivo di raggiungere la neutralità climatica entro il 2050) ed è attualmente in discussione la riforma della legislazione europea sul benessere animale, tema che incrocia fatalmente quelli della salute dell’uomo e dell’intero Pianeta. Il Green Deal è nato dopo l’onda dei movimenti per il clima del 2019 ed è al momento il piano climatico più ambizioso che abbiamo a disposizione in un momento in cui a livello nazionale ed europeo le politiche di tutela ambientale sono messe a repentaglio.


Il tempismo dell’uscita del documentario è dunque perfetto, perchè immediatamente prima delle elezioni europee del prossimo 8 giugno, per cui il lavoro di denuncia si è tramutato in una sorta di “call to action”, un invito a votare i candidati che hanno mostrato più sensibilità rispetto a questi temi.

Le principali associazioni di protezione degli animali Italiane hanno aderito e partecipato alla campagna europea denominata Vote for Animals, lanciata da Eurogroup for Animals con l’obiettivo di chiedere alle forze politiche e ai candidati e candidate di impegnarsi per garantire maggiori tutele agli animali in UE, tra cui il sostegno dell’eliminazione graduale delle gabbie negli allevamenti e una riforma ambiziosa della legislazione europea con alti standard per gli animali allevati e specifici avanzamenti per tutte le specie. La campagna è presente in tutti e 27 i Paesi, e ci sono già 397 firmatari in UE. Sul sito voteforanimals.it si può vedere chi sono i candidati italiani che si sono impegnati a far rispettare le nostre richieste per la tutela degli animali.

Oltre al piano politico, abbiamo anche un’azione giudiziaria in corso contro la Commissione Europea. Il Comitato dei Cittadini promotore dell’Iniziativa dei cittadini europei (ICE) End the Cage Age ha presentato ricorso presso la Corte di giustizia dell’Unione europea contro la Commissione UE, responsabile di aver tradito il proprio impegno a proporre una normativa per mettere fine all’allevamento in gabbia.

Nel 2021, la Commissione UE aveva assunto l’impegno formale a presentare, entro la fine del 2023 una proposta legislativa per vietare l’uso delle gabbie negli allevamenti europei. Una decisione in risposta al successo dell’ICE End the Cage Age che – con il sostegno di una coalizione di 170 associazioni coordinate da Compassion in World Farming (CIWF), di cui 20 italiane – aveva raccolto 1,4 milioni di firme certificate.

La Commissione stava per presentare la propria proposta legislativa per mettere fine all’allevamento in gabbia lo scorso autunno, quando la presidente Von der Leyen ha messo il tutto in pausa, molto probabilmente dietro le pressioni della lobby agricola.

Se la Corte di giustizia si esprimerà in favore del ricorso (nel quale sto preparando una richiesta di intervento per conto della LNDC, che aveva partecipato all’ICE), la Commissione sarà obbligata a pubblicare la propria proposta legislativa, seguendo una tempistica chiara e ragionevole, e a rendere pubblico il proprio dossier sull’ICE End the Cage Age.

La prospettiva futura, infine, è quella di passare dal concetto di tutela del “benessere animale” al concetto di tutela dei diritti degli animali, che sono dei “soggetti” e non delle cose “senzienti”. Abbiamo un ampio corpus normativo (a solo titolo esemplificativo, in Italia, la L. n. 623 del 1985, che ratifica le precedenti convenzioni sulla protezione degli animali da allevamento e da macello adottate a Strasburgo; il D. Lgs. n. 146 del 2001, che dà attuazione alla direttiva 98/58/CE sulla protezione degli animali negli allevamenti; il Regolamento C.E. n. 1 del 2005, sulla protezione degli animali durante il trasporto e le operazioni correlate; il Regolamento C.E. n. 1099 del 2009, sulla protezione degli animali durante l'abbattimento) ma il “benessere animale” che è tutelato anche dall’art. 13 del Trattato di Lisbona sul Funzionamento dell’Unione Europea non basta ad assicurare un livello di tutela adeguato. Bisogna ripensare dalle fondamenta il nostro rapporto con gli animali, e questo lavoro coraggioso di Giulia è un mattone importante in questa opera di ricostruzione.

mercoledì 20 marzo 2024

Lega del Cane (e non solo): cambiare cultura e leggi per difendere gli animali

 In principio era la “lega del cane”, ovvero la Lega Nazionale per la Difesa del Cane, associazione nata nel 1950 con l’obiettivo di tutelare gli animali familiari, con focus particolare su quello più diffuso, ovvero il cane. Ma dopo decenni di attività ci si è resi conto che le necessità andavano oltre questa mission e il raggio d’azione si è allargato, tanto che anche ufficialmente è stato coniato un nuovo nome: LNDC Animal Protection.

Per parlare della storia della Lega del Cane, ma soprattutto del presente, del futuro e delle tante azioni messe in campo da questa realtà, raggiungo telefonicamente Michele Pezone, responsabile nazionale dei diritti degli animali di LNCD Animal Protection, che si occupa principalmente della parte legale e politica. Per iniziare gli chiedo di scattare una fotografia del contesto italiano in cui opera l’associazione.

LA SITUAZIONE ATTUALE

«Adesso è in corso quello che a livello politico si può considerare il più grande attacco di sempre al sistema di tutela dei diritti animali, per una serie di modifiche e normative che riguardano in particolare la fauna selvatica e che denotano una grande vicinanza dell’attuale Governo alle istanze del mondo della caccia», spiega Michele Pezone.

«Abbiamo avuto modifiche sulla legge 157/92 – che riguarda la protezione della fauna omeoterma – che hanno dato luogo a grandi battaglie politiche e diverse petizioni; sono state avviate procedure d’infrazione a livello europeo, per esempio sull’uso di munizioni al piombo nelle zone umide; ci sono stati piani di contenimento della fauna che consentono di sparare in aree protette e parchi, è stata ampliata molto la possibilità di uccisione della fauna selvatica».

Se da un lato non si può dire che la congiuntura politica sia favorevole a chi si batte per i diritti degli animali – e ovviamente agli animali stessi –, c’è da rilevare che le associazioni e i movimenti animalisti, supportati da larghissime fette di opinione pubblica, stanno aumentando la qualità e la profondità del dibattito. «Abbiamo lanciato una petizione facendo rete con molte altre associazioni, con le quali peraltro collaboriamo abitualmente. Questa è una cosa molto positiva rispetto a decenni fa: oggi esistono gruppi di lavoro tematici, ci sono sinergie e collaborazioni su tanti argomenti».

Uno dei più caldi, come accennato, è quello della caccia, ma la Lega del Cane lavora con altre sigle su altri temi: «Adesso per esempio ci sono le europee e abbiamo aderito alla campagna Vote for Animals. Stiamo incontrando le segreterie di tutti i partiti per mettere sul tavolo di discussione temi più complessi della semplice tutela dell’animale, come una decisa stretta sugli allevamenti intensivi e la riduzione dell’uso delle gabbie, argomenti che incrociano la tutela alimentare e ambientale. La tutela del benessere animale gioca un ruolo importante su cui lavoriamo anche con altre sigle, da Animal Equality a Essere Animali. Alle ultime politiche abbiamo fatto il manifesto “anche gli animali votano” che chiedevamo di sottoscrivere ai vari candidati».

GLI ANIMALI FAMILIARI

Se la situazione degli animali selvatici e di quelli del comparto zootecnico non è rosea – per usare un eufemismo –, anche sugli animali familiari c’è tanta strada da fare ancora e manca una efficace tutela politica. «Dal punto di vista legislativo non possiamo dire di essere l’ultimo paese in Europa ma non siamo neanche fra i primi, abbiamo standard molto bassi», riflette Michele Pezone. «Ad esempio, è vero che ci sono campagne in corso contro i circhi con animali, ma essi possono ancora attendare nelle nostre città».

Una delle grandi carenze dell’impianto giuridico italiano è la mancanza di pene severe: «C’è in discussione una proposta di legge, per cui abbiamo fatto anche audizioni in commissione di giustizia, sull’inasprimento delle pene per reati contro gli animali, oggi molto blande. Mancano strumenti normativi ad hoc per punire il sequestro di animali e mancano pure strutture adeguate per accogliere animali vittime di maltrattamenti, che a volte non vengono sequestrati perché non si sa dove collocarli».

La stessa normativa che abbiamo sulla tutela del randagismo va adeguata, poiché oltre a essere poche, le strutture esistenti non hanno sufficienti risorse per la gestione degli animali. «È urgente una riforma per migliorare la legge 281/91 sulla prevenzione del randagismo, che se da un lato è stata innovativa introducendo migliorie importanti come ad esempio la tracciabilità, dall’altro risale a più di trent’anni fa e va aggiornata, così come va implementato il concetto della convivenza responsabile con gli animali, poiché molti studi rivelano come la maggior parte dei cani che finiscono in canile provenga da casi di cattiva gestione in famiglia».

Secondo il responsabile della LNDC Animal Protection, nel codice penale servono norme più severe e che regolino meglio i meccanismi della custodia dal punto di vista sia legislativo che logistico, ma «servono anche norme più precise sui centri si recupero della fauna selvatica e sui santuari. Stiamo portando avanti anche una battaglia sulla peste suina, poiché i provvedimenti atti a contrastarla non fanno distinzione fra impianti zootecnici e santuari e questo è assurdo».

Il miglioramento delle leggi a disposizione va di pari passo con un cambiamento culturale e uno dei problemi strutturali principali è proprio che le leggi attuali sono spesso vecchie, concepite in un’epoca in cui la sensibilità era completamente diversa. «I riferimenti contenuti nel codice civile risalgono al 1942, appartengono a un periodo storico molto diverso in cui gli animali venivano trattati come oggetti – si veda ad esempio gli articoli che regolano la loro assegnazione in caso di separazione fra coniugi. L’animale viene visto come una proprietà. A livello penale fortunatamente ci sono riferimenti anche alle caratteristiche etologiche».

OPINIONE PUBBLICA VS INTERESSI POLITICI ED ECONOMICI

Come detto, c’è un profondo scollamento fra la politica e l’opinione pubblica – come del resto avviene anche rispetto a molte altre tematiche. «Non si può dire che sia il momento politico migliore – osserva Michele –, c’è scarsa sensibilità su temi come fauna selvatica e allevamenti. Oggi sono in corso battaglie epocali: faccio l’esempio dell’uso della carne coltivata, perché i metodi dell’industria della carne oggi hanno superato il limite dell’immaginabile».

«Per evitare la logica del conflitto – aggiunge – noi stiamo cercando di trovare una chiave di volta, un punto di contatto con l’attuale Governo, per esempio sul discorso del Made in italy e della produzione di qualità, visto che l’attuale modello di produzione alimentare industriale ha gravi ripercussioni sull’ambiente e sul benessere animale e non si può certo dire che sia di qualità».

Per fortuna la sensibilità dell’opinione pubblica invece è molto alta e non rispecchia assolutamente il segno dei provvedimenti legislativi che seguono gli interessi di pochi a discapito delle esigenze che vengono dalla maggior parte dei cittadini: «Noi vediamo grande partecipazione popolare quando ci sono manifestazioni a tutela degli animali, una testimonianza lampante è stata la massiccia mobilitazione che ha seguito il caso di Cuori Liberi, per cui sono scese in piazza decine di migliaia di persone».

«Bisogna lavorare sull’aspetto culturale e fare sì che si traduca anche sul piano normativo», osserva in conclusione il responsabile nazionale dei diritti degli animali. «Per quanto ci siano diverse leggi regionali recenti significative, bisogna investire molto in prevenzione, miglioramento e incentivazione delle adozioni. Ma soprattutto bisogna lavorare tanto per migliorare il rapporto con il mondo animale».

Scritto da: FRANCESCO BEVILACQUA - su Italiachecambia.org

https://www.italiachecambia.org/2024/03/lega-del-cane-leggi-animali/#


giovedì 8 febbraio 2024

Estratto delle osservazioni alle proposte di legge C. 30 Brambilla, C. 468 Dori, C. depositate in Commissione Giustizia - Camera

La LNDC Animal Protection condivide in ogni sua parte la proposta di legge C30 a prima firma dell’on. Brambilla, in quanto recepisce perfettamente quelle che sono le richieste che le associazioni di protezione animali da anni stanno formulando al fine di avere una reale tutela in sede penale degli animali, a partire dalla modifica della stessa rubrica del Titolo IX bis del Libro II del codice penale, che deve finalmente essere intitolato ai delitti contro gli animali e non ai delitti contro il sentimento umano nei confronti degli stessi, in tal modo avviando un effettivo percorso teso al riconoscimento di una forma di soggettività agli animali che devono essere oggetto di tutela diretta e non mediata da parte del nostro ordinamento.

E’ assolutamente condivisibile l’inasprimento delle pene, estese anche alle condotte colpose e anche ad ulteriori ipotesi sinora non ricomprese dalle previsioni penali, come la semplice partecipazione alle feste popolari che comportano sevizie agli animali o ai combattimenti clandestini. Sono parimenti condivisibili gli adeguamenti apportati per rendere omogenee e razionali le disposizioni normative sull’uccisione ed il maltrattamento con le fattispecie che riguardano animali di proprietà oppure la fauna selvatica protetta, mediante la soppressione del primo comma dell’art. 638 e dell’art. 727 bis del codice penale e l’introduzione dell’art. 452 sexies c.p. E’ attesa con ansia la riforma della disciplina della custodia giudiziaria degli animali con la possibilità di cessione definitiva nelle more del giudizio e la pdl C. 30 va esattamente in questa direzione. E’ opportuna inoltre la prevista istituzione di centri di accoglienza di animali vittime del reato, in quanto accade spesso che la carenza di questa strutture determini di fatto l’impossibilità di eseguire sequestri oppure determina che gli animali vengono trasferiti in posti dove la loro condizione di vita non migliora sensibilmente rispetto a quella precedente. 

La proposta di legge C. 468 a firma dell’onorevole Dori costituisce una valida integrazione della proposta di legge dell’onorevole Brambilla, in quanto tutte le disposizioni che si intendono modificare con questa pdl non solo non confliggono con quelle di cui alla pdl 30 ma vanno nella direzione di contrastare e prevenire efficacemente la violenza soprattutto minorile sugli animali e l’escalation di condotte violente, anche con il passaggio dalla violenza sugli animali a quella sulle persone, e in Italia si riscontrano fenomeni sempre più preoccupanti in questo senso, come testimoniato dalla cronaca anche recente.

giovedì 1 febbraio 2024

UCCISIONE DI AMARENA – CARENZE DEL SISTEMA SANZIONATORIO E NUOVE PROSPETTIVE PER OTTENERE PENE ADEGUATE - pubblicato su Terre dell'Orso n. 17 - dicembre 23

L’uccisione dell’orsa Amarena è stata un crimine gravissimo non solo perché ha tolto la vita ad un animale particolarmente tutelato a livello comunitario, ma anche perché ha colpito al cuore l’intera Regione Abruzzo, che ama questi animali, simbolo della Regione stessa, ed in particolare amava questa mamma orsa. A differenza del clima di ostilità verso gli orsi che si coglie in Trentino da parte delle Amministrazioni e di buona parte della popolazione locale, le comunità abruzzesi fuori e dentro ai parchi hanno sempre dimostrato di voler convivere con gli orsi, seppure non siano mancati in passato atti di bracconaggio e comportamenti poco lungimiranti da parte di alcune amministrazioni in ordine alla tutela degli habitat degli orsi e all’adozione delle cautele da adottare per evitare problemi di confidenza (ricordiamo la lettera del presidente dell’associazione Salviamo l’Orso Stefano Orlandini al Sindaco di Roccaraso per chiedere di gestire diversamente la raccolta della spazzatura che attira questi animali a proposito delle incursioni di Juan Carrito, figlio di Amarena, anche lui poi morto tragicamente lungo la strada statale 17 all'altezza di Castel di Sangro).

Tra gli episodi più gravi del recente passato vi è l’uccisione dell’orso di Pettorano sul Gizio nel 2014, che l’associazione Salviamo l’Orso ha seguito sin dall’inizio e la cui vicenda giudiziaria si è conclusa con la condanna al risarcimento del danno in capo all’autore di questo crimine. Quest’ultimo si era difeso in giudizio sostenendo di aver dovuto sparare per difendersi dall’aggressione dell’orso, colto in flagranza mentre stava predando il suo pollaio. In primo grado il Giudice del Tribunale di Sulmona aveva creduto a questa tesi difensiva, che è stata poi sconfessata in appello grazie al riesame della consulenza balistica, che ha acclarato che non vi era stata alcuna legittima difesa, ma piuttosto una deliberata uccisione dell’orso colpito da dietro mentre si stava allontanando dal pollaio.

In quel caso non vi è stata una condanna penale in quanto il giudizio di appello è stato promosso dalle parti civili e l’appello del Pubblico Ministero per motivi processuali è stato dichiarato inammissibile. Tuttavia, si è trattato di un verdetto storico perché per la prima volta vi è stata una condanna in un processo indiziario per l’uccisione di un animale basata su prove di tipo scientifico e l’associazione Salviamo l’Orso ha poi perseguito l’autore del crimine con un’azione esecutiva civile che continua tuttora a dare i suoi frutti.

Confidiamo che anche nel processo che dovrà aprirsi per la morte di Amarena le indagini scientifiche possano consentire di ricostruire esattamente la dinamica dell’uccisione, anche perché le indagini autoptiche e quelle balistiche sono state affidate agli stessi periti che avevano lavorato sul caso di Pettorano con indubbia competenza.

Ciò che difetta, purtroppo, è un adeguato sistema sanzionatorio. Il reato che probabilmente sarà contestato all’esito delle indagini è quello di cui all’art. 544 bis c.p., che prevede la pena fino a due anni di reclusione per l’uccisione di animali. Sono molti gli strumenti processuali che rendono difficilmente scontabile in concreto una pena così blanda. Peraltro, il codice penale contiene una specifica norma per l’uccisione di un esemplare di specie di fauna selvatica protetta (come l’orso) che prevede una pena massima addirittura inferiore a quella sopra menzionata e cioè la pena fino a sei mesi di arresto. E’ importante che si acceleri l’iter dei disegni di legge che prevedono un generale inasprimento delle pene per l’uccisione degli animali e l’aggravamento delle pene nel caso si tratti di fauna particolarmente protetta. Sul punto vi è anche una proposta formalizzata dall’onorevole Pagano per elevare la pena per l’uccisione di esemplari di orso marsicano fino a due anni di arresto oltre all’ammenda fino a 10.000 euro, presentata proprio a seguito della vicenda dell’orsa Amarena, che andrebbe rivista nell’ambito di un generale inasprimento del sistema sanzionatorio.

L’associazione Salviamo l’Orso, che ha sporto denuncia insieme alle altre maggiori associazioni nazionali di protezione animale per l’uccisione di Amarena, ha recentemente depositato delle memorie con le quali, per ottenere una risposta sanzionatoria adeguata, ha chiesto al PM di Avezzano Maurizio Maria Cerrato di voler ravvisare in questo terribile crimine anche gli estremi del furto venatorio, contestabile nei casi di abbattimento di fauna selvatica commessi da persona non munita di licenza di caccia,  nonché gli estremi del reato di cui all’articolo 452 bis c.p., che punisce con la reclusione da due a sei anni e con la multa da euro 10.000 a euro 100.000 quelle condotte abusive di “compromissione” o “deterioramento” significativi e misurabili di un ecosistema, della biodiversità, anche agraria, della flora o della fauna.

Ed invero, la scomparsa dell’orsa Amarena, oltre a mettere in pericolo la vita dei suoi giovani cuccioli, privati della loro madre con gravi rischi per la loro stessa sopravvivenza, ha causato la perdita di una delle femmine più prolifiche della storia recente della popolazione di orso marsicano.

Il Rapporto orso marsicano del 2022 riferisce che qualsiasi variazione nel numero di femmine che si riproducono ogni anno può influire drasticamente sull’andamento della popolazione. Nel Rapporto si legge inoltre che “(..) il tasso riproduttivo delle femmine di orso bruno marsicano, ossia il numero medio di piccoli che una madre riesce ad allevare ogni anno, è pari soltanto a 0.18, uno tra i più bassi noti in Europa e non solo”. Se la sopravvivenza media delle femmine o i tassi riproduttivi non aumenteranno nel futuro, è possibile, pertanto, che questa popolazione rimarrà estremamente ridotta e addirittura a rischio di estinzione. E’ evidente, pertanto, il danno ambientale conseguente all’uccisione di Amarena.

L’associazione Salvamo l’Orso, unitamente alle altre associazioni costituitesi come persone offese, si è insomma attivata per sostenere che l’uccisione di Amarena abbia integrato una pluralità di fattispecie penalmente rilevanti, coinvolgendo altrettanti beni giuridici lesi dalla condotta: il sentimento per gli animali, il patrimonio dello Stato e l’ambiente inteso nella sua accezione unitaria. E se è vero che è dovere delle collettività e delle loro amministrazioni non danneggiare il bene ambientale, ma anzi tutelarlo e promuoverne la valorizzazione, con l’uccisione di Amarena emerge con tutta evidenza che deve sussistere un analogo dovere anche in capo ai singoli i quali, in caso di violazione del dovere di tutela dell’ambiente e degli animali che vi fanno parte, devono finalmente essere destinatari di pene severe e proporzionate alla gravità del fatto commesso.

sabato 11 marzo 2023

convegno sul Benessere Animale - 10/3/2023 - Villar Perosa (TO)


Gli argomenti che sono stati esposti sono interessantissimi e costituiscono la base scientifica sulla quale basiamo il nostro lavoro di denuncia e di azione in sede processuale per reprimere i maltrattamenti e le condotte che non sono rispettose del benessere animale.

Faccio una piccola digressione, comunque pertinente al tema della tutela del benessere animale, allargando un momento lo sguardo oltre al confine della categoria degli animali familiari.

Purtroppo, sono centinaia di milioni gli animali che ogni anno vivono la loro breve esistenza all’interno di piccole gabbie nelle quali hanno minime possibilità di movimento prima di essere utilizzati per fini alimentari. Anche nel settore degli allevamenti abbiamo norme che sono finalizzate a tutelare il benessere degli animali e in questo caso appare davvero beffardo accostare il termine benessere a quelle che sono le condizioni minime di rispetto di questi animali, che in realtà vivono in una condizione di vero e proprio maltrattamento, che però è consentito dalla legge.

L’art. 19-ter  delle disposizioni di coordinamento del codice penale introdotto dalla L. 189/04 afferma che le disposizioni che sono state introdotte sui reati di uccisione e maltrattamento e detenzione di animali con modalità incompatibili con la loro natura e produttive di gravi sofferenze non si applicano in tutta una serie di casi previsti dalle leggi speciali in materia di caccia, di  pesca,  di  allevamento,  di  trasporto,  di macellazione  degli animali,  di  sperimentazione  scientifica sugli stessi, di attività circense,  di  giardini zoologici, nonchè dalle altre leggi speciali in materia di animali.

Basta che vengano rispettare le norme che impongono delle prescrizioni sulla temperatura degli ambienti e cose di questo tipo che la condizione di vita di questi animali viene tollerata dal nostro ordinamento.


La LNDC da tempo non si occupa solo di animali familiari, ma anche di selvatici (in particolare lupi e orsi) e animali allevati a fa parte della coalizione italiana che ha presentato l’ICE (iniziativa dei cittadini europei) denominata End The Cage Age (Fine dell’era delle gabbie) per eliminare l’uso delle gabbie negli allevamenti intensivi.

In Italia le scrofe allevate ogni anno sono circa mezzo milione. La quasi totalità di questi animali passa metà la propria vita in gabbie, prima “di gestazione”, durante le prime 4 settimane dalla inseminazione, e poi “di allattamento”, dall’ultima settimana prima del parto fino a tutto l’allattamento.

La gabbia impatta gravemente sulla libertà di movimento delle scrofe, che riescono soltanto ad alzarsi e sdraiarsi, e le priva della possibilità di esprimere i loro comportamenti naturali, come quello fare il nido per prepararsi al parto e di accudire i propri piccoli.

Stesso discorso vale per le galline. Poi ci sono i vitelli, il cui isolamento in box individuali impedisce il gioco, che è importante per il loro sviluppo sociale e mentale.

Sono state documentate anche le condizioni dei conigli allevati in Italia per la produzione di carne. Abbiamo visto questi animali, che in libertà sarebbero capaci di compiere salti di oltre quattro metri di lunghezza, ammassati e feriti alla testa e alle zampe per il continuo contatto con le reti metalliche, in gabbie spoglie, priva di qualsivoglia arricchimento ambientale. Abbiamo visto stereotipie causate dal sovraffollamento e fattrici in evidente stato di stress che grattano la porta chiusa del nido perché non possono scegliere liberamente quando interagire con i propri cuccioli, è l’operatore che apre e chiude il nido.

In pratica, una gabbia standard fornisce solo l’1% dello spazio necessario a un gruppo di conigli che, in condizioni naturali, coprirebbe una superficie di almeno 50 m2

In Italia sono allevate circa un milione di coniglie fattrici all’anno in circa 8.000 allevamenti, di cui 1.500 "professionali".

Se alziamo lo sguardo all’intera Europa, ci accorgiamo che pariamo di centinaia di milioni di animali allevati a fini alimentari nell’Unione europea che sono costretti a passare tutta la vita, o una parte significativa di essa, imprigionati in gabbie, a malapena in grado di muoversi e senza poter esprimere molti dei loro comportamenti naturali.

La Commissione Europea, dopo il milione e mezzo di firme raccolte, si è impegnata ad adottare entro il 2027 una legislazione che preveda la graduale eliminazione dell’uso delle gabbie.


Per rafforzare questo percorso, insieme alle altre associazioni abbiamo lanciato una nuova iniziativa: una diretta di 24 ore che riprende la vita di alcuni animali in gabbia, per dare un minimo di idea di che cosa significhi vivere tutta la vita in questo modo. Ne sto parlando adesso perché questo evento inizia proprio adesso, alle 22, e terminerà domani 11/3 sempre alle 22. Lo schermo è diviso in 4 riquadri con le 4 specie riprese in gabbia (scrofe, conigli, vitelli e galline). Nella giornata di domani, durante questa diretta, ci saranno molti interventi che spiegano lo stato dell’arte di questa battaglia epocale verso la fine degli allevamenti in gabbia. 

Riprendendo l’argomento che mi è stato assegnato, e che riguarda la tutela del benessere animale in sede giudiziaria, gli articoli che vengono in rilievo sono due, entrambi introdotti con la L. 189/04, e sono l’art. 544 ter ed il secondo comma dell’art. 727 c.p., nel nuovo testo introdotto dalla riforma.

L’art. 544 ter del c.p. prevede che chiunque, per crudeltà o senza necessità, cagiona una lesione ad un animale ovvero lo sottopone a sevizie o a comportamenti o a fatiche o a lavori insopportabili per le sue   caratteristiche etologiche è punito con la reclusione da tre a diciotto mesi o con la multa da 5.000 a 30.000 euro.

La stessa pena si applica a chiunque somministra agli animali sostanze stupefacenti o vietate ovvero li sottopone a trattamenti che procurano un danno alla salute degli stessi.

 La pena è aumentata della metà se dai fatti di cui al primo comma deriva la morte dell'animale.


Ci sono luci ed ombre su questo articolo, che ha sicuramente dato un grande impulso ai procedimenti per i maltrattamenti ma ha anche molti limiti: prevede che ci sia un dolo specifico, cioè si viene puniti solo se si è agito per crudeltà e senza necessità. Non basta aver maltrattato, bisogno averlo fatto volendo incrudelire inutilmente sull’animale. Inoltre si richiede la produzione di lesioni, ovvero la sottoposizione a fatiche o lavori insopportabili per le caratteristiche etologiche dell’animale. E’ un elemento importante il riferimento alle scienze etologiche, ma i magistrati in questi casi puntano la loro attenzione sulla produzione di “lesioni”, cioè di segni visibili della sofferenza dell’animale.

Qui entrano in gioco le perizie che portiamo nei tribunali, finalizzate ad evidenziare che il maltrattamento non è solo quello fisico, ma anche etologico.

In molti casi ci siamo occupati di animali maltrattati, perché picchiati ripetutamente anche davanti agli occhi di vicini di casa denuncianti, e ci siamo dovuti opporre a richieste di archiviazione con le quali i PM chiedevano di chiudere il caso perché non vi era prova di lesioni. In alcuni casi riusciamo ad ottenere delle imputazioni coattive, in altri casi non riusciamo a spuntarla. E’ successo recentemente per il caso del bassotto di Napoli, ripetutamente percosso da un’anziana proprietaria che ha avuto decine di segnalazioni e denunce da parte delle vicine di casa. Il GIP ha disposto l’archiviazione, nonostante la nostra opposizione, perché non vi erano segni di lesioni, come certificato dai veterinari della ASL.

L’art. 727 c.p. prevede che si viene puniti con l’arresto fino ad un anno o con l’ammenda fino a € 10.000 se si detiene animali in condizioni incompatibili con la loro natura, e produttive di gravi sofferenze. Anche in questo caso, la verifica circa lo stato di sofferenza degli animali deve essere effettuato da persone con specifiche competenze.

A Busto Arsizio, nei giorni scorsi, un PM non ha convalidato un sequestro di animali tenuti nel fango in condizioni che sono state documentate da foto e video, sempre sul presupposto che non fossero state riscontrate né lesioni, né lo stato di grave sofferenza degli animali.

Si è verificato in quel caso un contrasto tra le valutazioni di un veterinario libero professionista che era stato nominato come ausiliario dalle guardie zoofile e il veterinario della ASL, che non aveva ravvisato questo stato di sofferenza.

Qui si apre un grande tema, che è per l’appunto quello delle competenze che si devono mettere in campo. Il procuratore della repubblica di Ancone dott. Gubinelli, che sta seguendo il caso dell’allevamento di Trecastelli, dove sono stati sequestrati più di ottocento cani in una struttura autorizzata a tenerne 60, ha redatto delle linee guida in materia di tecniche investigative sui reati in danno degli animali, e ha chiaramente affermato che a volte l’intervento dei veterinari della ASL è persino controproducente (sono sue parole), perché basato su valutazioni meramente apparenti, mentre lo stato di sofferenza degli animali comporta delle valutazioni specifiche.

Da tempo stiamo chiedendo una riforma che, oltre ad inasprire le pene, che allo stato non hanno valenza deterrente, siano finalizzate anche ad istituire corsi specifici che devono essere svolti dalle persone chiamate ad intervenire negli accertamenti che riguardano la verifica di condizioni di benessere degli animali. 

 

sabato 11 febbraio 2023

conferenza stampa "Urban Pets" (Sala della Stampa Estera, 7/2) - Aree cani in città, mappatura italiana. Città virtuose e meno. La necessità dei controlli




Ringrazio gli organizzatori (Progetto Paradiso Italia e GreenMe) per l’invito alla partecipazione a questo evento di cui condividiamo finalità di diffondere una maggiore cultura ecologica al fine di avere delle città davvero a misura di cani e gatti anche attraverso la riqualificazione delle aree verdi. L’ideale sarebbe davvero sfruttare anche piccoli spazi urbani per realizzare delle mini-foreste urbane (urban forests) con piante autoctone a più strati di vegetazione (alberi, arbusti ed erbe) secondo i metodi del botanico giapponese Akira Miyawaki, vincitore del Blue Planet Prize, utili a proteggere la qualità dell’aria e agire come un “hotspot” di biodiversità.

In molti Stati europei si stanno seguendo queste metodiche per rigenerare piccoli spazi pubblici (come i giardini delle scuole e anche le aiuole spartitraffico) o privati. Dovrebbero essere improntate a questi principi anche le aree destinate ai nostri animali, non solo i canili, che dovrebbero essere tutti dei canili-parco ricchi di vegetazione (e siamo molto lontani da questo traguardo), sia le cosiddette “aree cani”, destinate allo svago dei cani di proprietà.

Nei centri urbani queste aree dedicate ai nostri amici a quattro zampe scarseggiano e quelle già esistenti spesso sono prive di adeguata vegetazione e fanno affidamento ai singoli cittadini per la gestione, per cui sono curate nei limiti del possibile.

Una prima mappatura a livello nazionale di queste aree è fornita dal sito Areacani.it, pensato per i proprietari di cani che vogliono conoscere le aree cani più vicine alla loro casa ma anche organizzare al meglio un viaggio in una località italiana con il proprio cane al seguito. Questo è un servizio molto utile, tenuto conto del fatto che sono oltre sette milioni i cani che vivono nelle famiglie italiane. La mappatura finora realizzata conferma il noto dato per cui le città maggiormente virtuose sono collocate nel Nord Italia.

A Torino le aree per il passeggio dei cani ricoprono in totale sul territorio cittadino una superficie di circa 90 chilometri quadrati.



A Milano è previsto che a sorvegliare le aree ci siano le Guardie Ecologiche, che sono incaricate anche di informare, richiamare ed eventualmente sanzionare i proprietari dei cani che non rispettano il Regolamento d’uso degli spazi verdi e il Regolamento per il benessere e la tutela degli animali.

I controlli principalmente sono finalizzati ad evitare che le aree cani siano disseminate di deiezioni non raccolte da proprietari di cani non rispettosi dei regolamenti e questo è un aspetto su cui dover fare una riflessione.


Come sappiamo, spesso ci siamo dovuti confrontare con sindaci che proprio per evitare il problema delle deiezioni avevano emanato ordinanze per impedire ai proprietari di animali di entrare nei parchi, in comuni spesso privi di apposite aree cani, con conseguente grave limitazione di libertà per i proprietari degli animali. Questi provvedimenti sono stati puntualmente impugnati e la giurisprudenza dei Tribunali Amministrativi Regionali che si sono pronunciati sulla questione è unanime nel ritenere che queste ordinanze non solo siano eccessivamente limitative della libertà di circolazione delle persone ma anche contrarie ai principi di adeguatezza e proporzionalità.

Secondo i Tribunali Amministrativi i Comuni, in luogo dell’indiscriminato divieto di accesso dei cani alle aree verdi pubbliche, devono rendere effettive le norme che impongono la corretta gestione del cane, comprese la raccolta delle deiezioni, mediante una efficace azione di controllo e di repressione, nel rispetto del principio di proporzionalità dei mezzi rispetto ai fini perseguiti.

Da questo punto di vista le aree per cani consentono di assicurare la dovuta pulizia, essendo gli stessi proprietari degli animali interessati ad avere aree pulite dove far correre i propri cani in libertà.

Anche gruppi di cittadini possono impegnarsi a prendersi cura di un’area cane, formando un’associazione e adottando l’area con una convenzione, attraverso un progetto che può essere vagliato dall’amministrazione comunale.

Questo concetto merita di essere approfondito perché non si tratta di sostituirsi alle istituzioni. La progettazione delle aree urbane e del verde pubblico negli ultimi decenni in Italia e negli altri Stati europei si è orientata sempre più verso la sperimentazione di forme innovative di gestione, incentivando collaborazioni fra cittadini, imprese e amministrazioni, per lo svolgimento di attività per la cura e rigenerazione dei beni comuni urbani.

Negli ultimi anni si è registrato un vero e proprio cambio di prospettiva nei confronti di beni pubblici urbani, spesso soggetti a degrado e penalizzati dalla carenza di risorse pubbliche. Le norme costituzionali sulla sussidiarietà (Cost. art 118) incentivano la partecipazione attiva dei cittadini alle scelte generali di governo del territorio e cura dei beni urbani. Nel caso di un’area cani, è facilmente comprensibile, come detto, l’interesse della comunità di proprietari a che il parco venga correttamente manutenuto e gestito ed è anche facilmente intuibile l’interesse analogo dell’intero quartiere che ne viene valorizzato.

Ovviamente le istituzioni sono chiamate sempre a svolgere la loro parte, garantendo la presenza di spazi da adibire ad aree cani, dotandole delle necessarie attrezzature e indicandone le norme di gestione, facilitando così anche un comportamento cooperativo dei cittadini.

In tutti i Comuni occorre un cambio di prospettiva urbanistica con la creazione, laddove inesistente, di questi spazi realmente condivisi e funzionali, che sono anche aree di socializzazione che migliorano la vita di tutti e consentono alle amministrazioni di fregiarsi dell’immagine di comuni animal friendly.