domenica 5 luglio 2015

Il maiale non fa la rivoluzione: conversazione con Leonardo Caffo a La Lampara (Pescara, 27/6/2015)

Sono particolarmente felice di poter presentare qui a Pescara Leonardo Caffo, che non solo è il più promettente filosofo che abbiamo nel panorama nazionale e internazionale, ma è anche un instancabile attivista nei movimenti per i diritti degli animali, e ideatore di un nuovo approccio a queste tematiche, riassunto nel libro che oggi presentiamo dall’emblematico titolo: “Il maiale non fa la rivoluzione – manifesto per un antispecismo debole”.
Il taglio di questa conversazione con Leonardo sarà, giocoforza, un po’ filosofico, ma cercheremo tutti noi di comprendere meglio il significato di quest’espressione, “antispecismo debole”, che condensa il pensiero innovativo di Leonardo Caffo sulla cosiddetta “questione animale”.
Mi prendo il compito di fare, indegnamente, una piccolo excursus sul ragionamento che è stato portato avanti, in questi decenni, da alcuni pensatori, per arrivare, poi, a parlare, con Leonardo, del suo “antispecismo debole”.

I nomi, che chi si occupa di tali questioni ha sempre sentito citare, sono quelli di Peter Singer e Tom Regan. Il primo è un filosofo australiano, autore del celebre testo “Liberazione animale”, che fa leva sulla capacità degli animali di soffrire per farne discendere il nostro dovere di sottrarli da ogni forma di inflizione del dolore. Il secondo è un filosofo statunitense, che ha concentrato la sua attenzione sul fatto che ogni animale non solo può provare dolore, ma è “soggetto di una vita”, la quale ha valore di per sé, e su questo approccio di tipo giusnaturalista ha fondato la sua etica di rispetto per tutti gli animali in quanto esseri senzienti.
Leonardo Caffo, sorprendentemente, considera che anche questo atteggiamento morale sia tacciabile di “specismo” (termine con cui si indica la discriminazione che si opera nei confronti di appartenenti a specie diverse, così come il razzismo è la discriminazione nei confronti di chi appartiene ad una altra razza). Ed infatti – osserva il filosofo -  finiamo per voler salvare gli animali non umani solo perché simili a noi, in quanto capaci di soffrire o perché li avvertiamo, come noi, “soggetti di una vita”.
Ma Caffo distingue tra uno specismo naturale, del tutto giustificabile in quanto si tratta di una normale propensione che ognuno ha nei confronti dei membri della propria specie, da uno innaturale, che è un vero meccanismo di oppressione, di cui può essere un esempio un allevamento intensivo.
In opposizione ad ogni tipo di specismo, l’antispecismo “debole” che propone Caffo postula un atteggiamento di totale altruismo, che comporta addirittura la rinuncia ad una parte della natura umana. Se è davvero “oltre la specie” – afferma il filosofo -  l’antispecismo deve accettare solo argomenti diretti a salvare gli animali, anche se potrebbero portare problemi alla società umana. Dice Caffo, testualmente, che la lotta non deve essere “per l’uomo o anche per l’uomo”, ma “solo e soltanto per gli animali non umani”, in quanto “il volto di un maiale lacrimante prima della gogna, vale – da solo – più di tutti i sogni dell’umanità che conquista (distruggendoli) mari, monti e pianeti”.
Si tratta, dunque, di un approccio che prescinde dai benefici che l’uomo può ricavare dall’attivismo antispecista. Anzi, secondo Caffo, l’antispecismo non può in alcun modo avere alleati politici che facciano dell’umano l’unico obiettivo di salvezza, come alcuni antispecismi “moderati” di tipo morale e politico.
Essendo un amante della decostruzione tipica della filosofia postumanista, mi sento di muovere un’obiezione a Leonardo Caffo, in quanto la sua impostazione – a mio avviso – non esce fuori dal perimetro dello specismo di cui taccia le posizioni di Singer o Regan, per il semplice motivo che questo specismo, di tipo naturale secondo la definizione dello stesso Caffo, è inevitabile. Siamo noi uomini a costruire i concetti di cui stiamo parlando, e vorrei sapere, a questo punto, chi ci dà il diritto di fare una rivoluzione al posto del maiale.
Caffo, però, compie un ulteriore balzo in avanti, rispetto alle posizioni di Singer e Regan, sempre – a mio avviso - in direzione specista (stando al suo schema): io tutelo l’animale non perché lo ritengo capace di soffrire come me (posizione di Peter Singer); non perché lo ritengo soggetto di una vita degna di essere vissuta, come la mia stessa vita (posizione di Tom Regan); ma perché mi metto al suo posto, e guardo il mondo con i suoi occhi, fino ad annullare persino me stesso.
In questo modo, però, compio un’attività propria della mia specie umana al suo massimo stadio di evoluzione culturale. Infatti, così agendo, non faccio altro che cercare di applicare, al livello più estremo possibile, il principio di non violenza, che è anch’esso di tipo etico e persino religioso, e che appartiene alla natura morale (o spirituale) della specie umana.
La differenza tra uomo e animale secondo la filosofia classica ha la sua struttura – come ricorda lo stesso Caffo nel suo libro -  nell’opposizione natura/cultura: il farsi dell’uomo è negazione dell’animale (“fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza”).
Il tendere verso comportamenti etici (preferendo persino, come concetto limite, la morte nostra rispetto a quella altrui) significa rispondere ad una inclinazione umana che ci allontana dalle leggi di natura (quella materiale) per spingerci verso il rispetto di leggi positive, morali o spirituali che sono il prodotto della nostra evoluzione culturale (l’evoluzionismo è anche questo, e non è fuori dalla natura, in quanto quest’ultima – ad avviso mio, che sono spinoziano - comprende tutto).
Io penso che allora il giusto approccio all’antispecismo, che voglia spingersi oltre gli schemi di Singer e Regan, debba prendere le mosse dalla valorizzazione del nostro essere, innanzi tutto, appartenenti al regno animale. Il ribaltamento della prospettiva è dato dal fatto che io non ho più bisogno di argomentare che il maiale ha la mia stessa capacità di soffrire, né che ha una vita che come la mia è degna di essere vissuta, perché parto già dal presupposto che apparteniamo allo stesso regno animale. Ovviamente sono in grado di sviluppare questo discorso perché, a differenza del maiale, posso strutturare un ragionamento razionale, che non pretendo di fare al posto suo. Questa è una prerogativa dell’uomo che, seguendo una sua inclinazione a perseguire idee di bene e giustizia, si dota di leggi positive per evitare che quelle di natura determinino la sopraffazione del più forte ai danni del più debole.
Applicando questo schema, ritengo possibile – seppur con qualche forzatura – parificare le leggi che tutelano gli animali a quelle che, nel diritto romano, costituivano lo ius gentium, cioè l'insieme di regole che aveva la sua fonte nella naturalis ratio e che veniva osservato in eguale misura tra tutti i popoli, e che si contrapponeva concettualmente allo ius civile, quale diritto proprio di ciascuna civitas. Allo stesso modo, potrebbe contrapporsi un “diritto animale”, che riguarda tutti gli animali, noi compresi, a quello “umano”, proprio della nostra specie, che è composto dalle norme, in materia civile, penale, amministrativa, che già abbiamo.
Stabiliamo, dunque, che nell’ambito del “diritto animale” vi sia il principio che ogni vita va tutelata. Tale norma riguarderebbe anche noi, come gli altri animali. Ma non applicherei questo principio agli altri animali perché “loro sono come me”, ma perché loro appartengono, come me, al regno animale. Ovviamente, come in tutte le leggi positive, si dovrà trovare un bilanciamento tra opposte esigenze, che possono comportare la compressione di un diritto, a seconda della sensibilità sociale in un dato periodo storico, ma non devo dimenticare, nel legiferare, di appartenere al regno animale, che devo tutelare massimamente.

Caffo nel suo libro ritiene che sia una incongruenza il fatto che il nostro codice penale punisca l’uccisione di animali senza giustificato motivo e allo stesso tempo consenta l’uccisione degli animali nei mattatoi. Sarà la crescente sensibilità umana su questi temi a ridurre sempre più i margini della possibilità di uccidere lecitamente degli esseri viventi per i più svariati scopi, e a tendere sempre più verso i comportamenti non violenti, che in ultima analisi sono quelli che Leonardo Caffo intende promuovere con questa bella pubblicazione, che invito tutti a leggere.

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