rimane a tinte fosche.
Quasi 100.000
il numero dei cani abbandonati, quasi 400.000 il numero dei randagi,
la maggior parte dei quali nel sud Italia (Lazio, Sicilia, Campania,
Puglia e Calabria dove se ne stimano circa 250 mila).
Le carenze
rimangono quelle relative a monitoraggio, regolamentazione, controlli, e
ai servizi animal friendly in città e al mare. Neppure un terzo dei
Comuni dichiara di aver spazi dedicati agli animali d’affezione,
specialmente nel sud Italia e solo un quarto dei Comuni costieri ha
regolamentato l’accesso in spiaggia.
Anche questi
ritardi hanno impatti negativi nella gestione degli animali da compagnia in
città, a fronte di una spesa pubblica del settore di circa 250 milioni di
euro, di cui circa 200 milioni in capo ai Comuni e circa 50
milioni alle Aziende sanitarie. Spesa pubblica pesantemente condizionata
dai costi per i canili rifugio, indicatore di scarso impegno in
politiche di prevenzione, e che equivalgono a circa il 65% della spesa di
settore. Parliamo di una spesa pubblica per il settore che equivale a circa
il triplo della somma impegnata per la gestione di tutti i 24 Parchi
nazionali.
Tra i
talloni d’Achille su cui l’Italia deve lavorare c’è, in primis, quello dell’anagrafe
canina. Neppure la metà dei Comuni conosce il numero complessivo dei
cani iscritti in anagrafe canina presenti nel proprio territorio, circa 10
milioni. La corretta gestione dell’anagrafe canina non è solo un modo per
tenere monitorati gli animali ma è il principale strumento per ridurre la
presenza dei cani in canile. Si è sempre molto battuto sulla necessità di
sterilizzare e favorire le adozioni, che rimangono ricette fondamentali per la gestione
del randagismo ma sterilizzazione e adozioni sono misure che presuppongono
la presenza dei cani su cui intervenire. A monte c’è un discorso di
responsabilizzazione dei proprietari. Se si continua a cercare di
intervenire a valle del problema si continua a cercare di svuotare il mare con
il cucchiaino, perché gli allevamenti amatoriali non censiti, gli acquisti di
animali non tracciati su internet e i facili abbandoni sono il rubinetto che
crea randagismo. I proprietari vanno responsabilizzati, è un fatto culturale.
La legge sul randagismo si dice che abbia funzionato bene nel nord Italia, ma
non è la legge ad avere funzionato, è il diverso approccio culturale alla
gestione degli animali. La L. 281/91 funziona bene se ci si muove
nell’ordinarietà e non in una situazione emergenziale quale quella che si
riscontra nel sud Italia, dove va chiuso il rubinetto che produce randagismo, e
per chiudere questo rubinetto bisogna far funzionare bene l’anagrafe canina
(anche rendendo effettiva l’anagrafe unica nazionale) e aumentare i controlli e
le sanzioni.
Poi si deve
sempre lavorare sull’aumento della visibilità dei cani in canile e sulle
adozioni responsabili, verificando l’idoneità di chi si propone di
prendere in carico un animale e controllare successivamente se l’animale si è
ben inserito nella nuova situazione di vita. In fatto di possibili agevolazioni
fiscali per le adozioni di cani, neppure un decimo dei comuni le applica;
mentre scende ad uno su venti la percentuale dei Comuni che hanno previsto
regolamenti con agevolazioni o oneri fiscali per facilitare la sterilizzazione
di cani e gatti e per contrastare chi detiene, senza dichiararsi allevatore,
riproduttori e cucciolate.
I controlli
vanno fatti anche sulle situazioni di cattiva detenzione, e su questo è
importante che il personale della ASL sia maggiormente preparato a individuare
anche le situazioni di maltrattamento etologico e che sia rafforzato
anche l’organico con l’immissione di nuove leve. Abbiamo anche riscontrato che
i più giovani veterinari nella ASL hanno maggiore predisposizione a questo tipo
di valutazioni che superano l’impronto molto zootecnica dei veterinari pubblici
più di lungo corso, quindi c’è da sperare bene. Inoltre, c’è uno spazio ancora
non normato, quello di chi non è in grado di gestire correttamente gli
animali, pur non volendo maltrattarli e occorrerebbero norme per
intervenire come si fa con i minori che non sono seguiti dai genitori,
attivando dei percorsi che possono portare all’apertura di una procedura di
adozione dell’animale quando chi ne è il proprietario non è in grado di
prendersene cura. Al momento in questi casi cerchiamo di ottenere dei
provvedimenti da parte del Sindaco ma non è agevole ottenerli, in mancanza di
riferimenti normativi.
Im generale, occorre una sinergia tra
Governo, Regioni, istituzioni locali, ASL, polizia municipale, guardie zoofile,
per la corretta gestione del randagismo e degli animali in città: Parlo di
gestione del randagismo e non uso l’espressione “problema” del randagismo perché
la presenza di cani in città, anche liberi, i cosiddetti liberi accuditi, cioè
sterilizzati e reimmessi sul territorio laddove non creino problemi, non è un
male. Quindi randagio, inteso di libero, vagante, come lo sono i gatti delle
colonie feline non è un termine da connotare negativamente. Va connotato
negativamente il fenomeno fuori controllo.
Anche da
questo punto di vista è importante una evoluzione culturale che allinei correttamente
la relazione uomo-animale-ambiente. Salute e benessere umano, animale e
ambientale sono inestricabilmente interconnessi e sempre più i cittadini sono
consapevoli che debbono essere affrontati in modo coerente, aderendo pienamente
e applicando concretamente l’approccio “One Health” in ogni scelta politica”
sia quando parliamo di gestione di fauna selvatica fuori dalle città, sia
quando parliamo di animali nelle città che abbiamo costruito a nostra misura
(e neppure tanto) e che devono essere in grado di garantire la convivenza con
altri animali e il rispetto di valori ambientali che ora sono anche di rango
costituzionale.
Da questo punto di vista un ruolo importante può esser svolto dai Garanti dei Diritti degli Animali, già nominati in tanti Comuni e Regioni. Occorre l’Istituzione dell'Ufficio del Garante Nazionale dei diritti degli animali e che tutte le Regioni, Province e Comuni si dotino del rispettivo ufficio del garante dei diritti degli animali, che vigili sulla corretta applicazione della normativa internazionale, comunitaria, nazionale e regionale vigente in materia di tutela dei diritti degli animali; vigili sull'attività degli enti, delle istituzioni e su soggetti pubblici e privati che operano con animali e, in caso di fatti o comportamenti che configurano reati, provveda a denunciarli o segnalarli all'autorità giudiziaria; segnali al Governo l'opportunità di provvedimenti legislativi o regolamentari finalizzati a garantire una più adeguata tutela dei diritti degli animali; promuova campagne di informazione ed eventi di sensibilizzazione, in materia di tutela dei diritti degli animali, anche in collaborazione con le associazioni animaliste e con eventuali soggetti patrocinatori, pubblici o privati; riceva le segnalazioni e i reclami dei privati cittadini, provvedendo, ove necessario, a informarne gli organi competenti; si rapporti ai garanti regionali, provinciali e comunali mediante l’istituzione di una Conferenza nazionale dei garanti dei diritti degli animali che assicuri il coordinamento delle attività dei garanti.